Gli Ogm creano «dipendenza»

 

— Giuseppe Giuliano, 5.5.2014 “Il Manifesto”

Quali interessi si celano dietro allo sviluppo e all’introduzione degli organismi geneticamente modificati nelle normali pratiche agricole?

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Nell’articolo di Piero Bevi­lac­qua «La gaia scienza degli Ogm», uscito sul mani­fe­sto il 21 aprile, si citava un inter­vento di Cat­ta­neo e Cor­bel­lini apparso su La Repub­blica e foca­liz­zato su argo­men­ta­zioni tutte riguar­danti gli effetti sulla salute e sull’ambiente dei pro­dotti e/o dei cibi Ogm. Que­sto approc­cio, tutto con­cen­trato sulle ragioni della scienza e del pro­gresso, è non da oggi pre­va­lente quando si parla anche auto­re­vol­mente di Ogm. Quello che mi sor­prende è che lo stesso dibat­tito poli­tico, nei rari inter­venti sul tema, si limiti alla que­stione se gli Ogm fac­ciano male o bene alla salute e all’ambiente. Cosa che, natu­ral­mente, è di fon­da­men­tale impor­tanza, ma si fini­sce quasi sem­pre per tra­sfor­mare il dibat­tito in una sorta di tifo­se­ria divisa tra quelli che sono per il pro­gresso scien­ti­fico e quelli che si attar­de­reb­bero su posi­zioni anti­scien­ti­fi­che e con­tro il progresso.

Sor­prende che non ci si sof­fermi sulle ragioni e gli inte­ressi in gioco che eser­ci­tano così mas­sicce pres­sioni per­ché si dia impulso allo svi­luppo e all’introduzione degli Ogm nelle nor­mali pra­ti­che agri­cole, sulle impli­ca­zioni poli­ti­che e geo­po­li­ti­che, sul modello di eco­no­mia e di società di cui gli Ogm sono espres­sione e parte inte­grante. Come giu­sta­mente fa osser­vare Bevi­lac­qua, non ci tro­viamo di fronte alle pra­ti­che «di miglio­ra­mento» delle piante con­dotte da gene­ti­sti, bio­logi e agro­nomi per mil­lenni. Il lavoro di miglio­ra­mento delle spe­cie vege­tali e ani­mali, svolto per secoli e con grande impe­gno e dedi­zione dagli scien­ziati in cen­tri di ricerca pub­blici e uni­ver­si­tari o nei tanti cen­tri spe­ri­men­tali del Mini­stero dell’Agricoltura, ora­mai quasi del tutto scom­parsi, ha dato risul­tati di cui pote­vano bene­fi­ciare libe­ra­mente tutti gli agricoltori.

Di una nuova varietà di grano, e ce ne sono state tante nell’ultimo secolo, pote­vano bene­fi­ciare tutti: dall’agricoltore che incre­men­tava la sua pro­du­zione per ettaro e miglio­rava il suo red­dito, alla società che poteva con­tare su una mag­giore dispo­ni­bi­lità di cibo. Lo stesso discorso vale per il miglio­ra­mento gene­tico degli ani­mali dome­stici. Il mulo, que­sto straor­di­na­rio «Ogm» risul­tato di un incro­cio inter­spe­ci­fico, era alla por­tata di tutti e tutti pote­vano libe­ra­mente otte­nerlo e libe­ra­mente bene­fi­ciarne: dal con­ta­dino per i lavori pesanti dei campi, agli alpini per i tra­sporti di arma­menti su sen­tieri e luo­ghi impervi.

Len­ta­mente, a par­tire dalla seconda metà del secolo scorso, le cose hanno comin­ciato a pren­dere un’altra piega e a mostrare nuovi risvolti, fino ad arri­vare alla pro­du­zione di orga­ni­smi gene­ti­ca­mente modi­fi­cati con inter­venti diretti di mani­po­la­zione sul genoma.

Gli agri­col­tori di Pachino, che pro­du­cono l’apprezzato pomo­do­rino Igp, un ibrido F1 pro­dotto dalla ricerca gene­tica israe­liana, sono costretti a ogni semina a com­prare i semi dalla società pro­prie­ta­ria dell’ibrido. I polli che tutti com­prano nei ban­chi macel­le­ria dei super­mer­cati ita­liani, pro­dotti e distri­buiti da 3 gruppi indu­striali che da soli con­trol­lano l’80% del mer­cato ita­liano, sono ibridi F1 di pro­prietà di 2–3 com­pa­gnie israe­liane e ame­ri­cane che domi­nano il mer­cato mon­diale. Gli alle­va­tori, attra­verso assai discu­ti­bili con­tratti che li legano ai noti mar­chi di pro­du­zione e distri­bu­zione, per ogni ciclo pro­dut­tivo (5–6 all’anno) devono obbli­ga­to­ria­mente acqui­stare sem­pre i pul­cini da quelle poche com­pa­gnie pro­prie­ta­rie del pro­dotto gene­tico di partenza.

Il mec­ca­ni­smo di «dipen­denza» totale lo si può riscon­trare appli­cato ora­mai a quasi tutti i semi di piante orti­cole: pomo­dori, pepe­roni, fagio­lini, ecc, e a diverse spe­cie ani­mali quali polli, tac­chini, suini. All’agricoltore è sot­tratta la libertà di disporre di semi otte­ni­bili dalla sua pro­du­zione come era acca­duto per mil­lenni. Que­sto aspetto, spesso sot­ta­ciuto non può non incu­tere allar­manti e inquie­tanti pre­oc­cu­pa­zioni, per­ché si sta par­lando di cibo, di risorse essen­ziali per la popo­la­zione mondiale.

Non si può non vedere quello che sta acca­dendo in que­sto campo nel mondo e, in par­ti­co­lare, nei paesi in via di sviluppo.

Ho modo di fre­quen­tare per motivi di lavoro alcuni paesi afri­cani, nei quali c’è un biso­gno impel­lente di pro­durre cibo per l’alimentazione di base di milioni di per­sone: latte, uova, carne, pro­dotti a base di carboidrati.

È sotto gli occhi di tutti lo scon­tro tra due visioni nell’approccio al pro­blema dello svi­luppo e dell’alimentazione: da una parte Ong e set­tori di governi che vor­reb­bero pun­tare allo svi­luppo di un’agricoltura soste­ni­bile, indi­pen­dente, muo­vendo dalle risorse e dalle carat­te­ri­sti­che dei loro ter­ri­tori; dall’altra la visione neo­li­be­ri­sta, che sarebbe più appro­priato defi­nire neo­co­lo­niale, espressa dalla pres­sione di potenti mul­ti­na­zio­nali e set­tori molto spesso cor­rotti dei governi, che vor­reb­bero ripro­durre i modelli occi­den­tali in larga scala, indi­stur­bata dalle, sep­pur rade e spesso vel­lei­ta­rie, sen­si­bi­lità ambien­ta­li­ste pre­senti in occidente.

Lester R. Brown, che, come è noto, non è un peri­co­loso comu­ni­sta, nel suo bel libro Full pla­net, empty pla­tes, affronta in modo ana­li­tico e docu­men­tato que­sti pro­blemi ai quali ho fatto cenno e altri, altret­tanto inquie­tanti. Lo fa con rara pun­tua­lità e com­pe­tenza. La sua let­tura farebbe bene a tanti che si cimen­tano nell’affrontare que­stioni di grande rile­vanza e com­ples­sità evi­tando super­fi­ciali e sug­ge­stivi approcci. E farebbe bene a più di qual­che poli­tico che dovrebbe avere a cuore l’interesse della comu­nità che è chia­mato a rap­pre­sen­tare, sfor­zan­dosi di avere una visione più ampia e arti­co­lata. Per­ché l’uso della parola Ogm non sia scon­nesso dal carico di signi­fi­cati e impli­ca­zioni che si porta dietro.